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martedì 9 agosto 2011

Diario di un giorno al Tempio indù di Londra


LONDRA, 1 AGOSTO 2011



Il BAPS Shri Swaminarayan Mandir di Londra, comunemente conosciuto come il "Neasden Temple", è il primo tradizionale  tempio indù costruito in Europa ed è anche il più grande, se si escludono quelli costruiti in India. 

Fa parte della organizzazione Bochasanwasi Shri Akshar Purushottam Swaminarayan Sanstha (BAPS),  fondata sull'insegnamento dei Veda.  Secondo questa tradizione la prima rivelazione è stata ricevuta da Bhagwan Swaminarayan (1781-1830) e poi realizzata nel 1907  grazie a Shastriji Maharaj (1865-1951) e ai suo diretti successori. 

I fedeli di questa tradizione della religione indù pregano, fanno opere di bene, prestano servizio volontario, rifiutano l'alcool, l'adulterio, la carne, le dipendenze e l'impurità del corpo e della mente.

Il tempio di Londra è stato aperto nel 1995 ed è un gioiello di rara bellezza, che le fotografie non riescono assolutamente a rendere.

Si trova nella zona a nord-ovest di Londra, nella estrema periferia. Quando la metropolitana emerge dal buio e diventa overground  il paesaggio è completamente diverso da quello di stazioni come Earl's Court  e Kensington, la zona dalla quale siamo partiti. 

Vediamo costruzioni povere a schiera in una zona semi-industriale con poche case e strutture fatiscenti. Uscendo dalla metropolitana abbiamo avuto l'impressione di essere in un'altra città, meglio, in un piccolo paese dove l'enormità delle insegne di IKEA e TESCO contrastano con il paesaggio semideserto e le rarissime persone che si vedono per la strada.

Veicoli, camion e TIR che sfrecciano a grande velocità sono ciò che attira maggiormente l'attenzione e il rumore del traffico intenso e pesante è assordante.

Usciti dalla fermata di Neasden è necessario prendere due diversi autobus per arrivare al tempio: ma non hanno nulla a che vedere con gli autobus a due piani che riempiono il centro di Londra: sono piccoli e fatiscenti, i conducenti sono visibilmente stanchi e insofferenti e la proverbiale puntualità ed efficienza dei trasporti londinesi è ormai solo un ricordo.

Attendiamo alla fermata l'autobus che dovrebbe portarci al tempio che, puntualmente arriva, anzi: a distanza di pochi minuti ne arrivano tre, ma tutti con il cartello "fuori servizio". Nessuno ha saputo spiegarci il perchè.

Alla fine, avvezzi alle usanze romane, e consci che quello deve essere un giorno sfortunato per noi, facciamo come avremmo fatto a Roma in un giorno di quelli "neri": decidiamo di  andare "by feet".

Alla fermata, però, facciamo una interessante conoscenza. Un signore indiano dell'apparente età di 60 anni,  nato in Kenya,  ci racconta la sua vita: dice di aver visitato tutti i pesi europei tranne l'Italia, che le sue figlie vivono tutte a Londra e che è contento perchè le vede spesso. 

Si dilunga a a raccontarci che vive a Londra da 10 anni e poi comincia a decantare quelle che lui immagina essere le "meraviglie" dell'Italia che non ha mai visto. Tra le meraviglie indica in particolare due persone: Donadoni e Paolo Rossi. Un fatto abbastanza divertente sul quale scherziamo in abbondanza visto che era passato il secondo autobus fuori servizio e avevamo tempo da occupare mentre speravamo che ne arrivasse un terzo.

Nel frattempo il caldo si era fatto insopportabile con una temperatura che, quel giorno, a Londra superava i 30 gradi.

Alla fine salutiamo il gentile signore che aspettava pazientemente il suo autobus da molto prima che arrivassimo noi  e ci avviamo verso il tempio a piedi. Nel tragitto l'ennesima maledizione: una delle mie scarpe da tennis decide di rompersi rendendo ancora più avventurosa e difficile la nostra avventura.






Arrivati nei pressi del tempio vediamo prima di tutto la Swaminarayan School, Centro di istruzione e cultura indù.






   
Dall'altra parte della strada finalmente vediamo l'imponente edificio bianco (molto marmo di Carrara)  del tempio (Vedi ALBUM di foto)









 
 
L'ingresso è presidiato da una guardia che ci permette di fare qualche foto all'esterno e poi ci obbliga a lasciare le borse e tutto ciò che abbiamo in un edificio posto di fronte al tempio, accanto al supermercato e al ristorante indiano.

 
Dopo aver lasciato tutto ci fa finalmente entrare in un edificio posto accanto al tempio  dove veniamo di nuovo attentamente osservati e perquisiti fino a quando una gentila signora dice a me di andare a destra e a mio figlio di andare a sinistra, verso le rispettive stanze, poste ai due lati dell'ingresso, in cui dovevamo lasciare le nostre scarpe.

A quel punto ho pensato che era un bene dover lasciare le scarpe, visto che le mie erano fuori uso. Tuttavia il fatto di dover procedere da quel momento in poi a piedi scalzi mi ha creato un certo disagio, era un pò come sentirsi "nudi".

Fatto questo ulteriore atto di obbedienza agli usi e costumi indù ci avviamo verso l'interno dell'edificio dove vediamo alcuni anziani indiani parlare tra loro e voltarsi al nostro passaggio con dei bellissimi sorrisi stampati sul viso. Ci troviamo in quello che è stato costruito per essere il centro culturale e il luogo destinato ad ospitare i fedeli per la preghiera.

Arrivati a un certo punto vediamo, alla nostra sinistra, una stanza con una ventina di persone sedute per terra e un maestro che stava facendo una sorta di "omelia" voltato verso di loro mentre alla sua sinistra (al centro della stanza) si vedeva una stratuetta femminile dalla quale sprigionava una fontana d'acqua. L'anziano maestro parlava una lingua del tutto sconosciuta e noi siamo rimasti qualche momento ad osservare rimanendo fuori della porta fino a che un'altra persona ci ha invitato ad entrare e a sederci per terra, separati dai fedeli grazie a una piccola balaustra. 

Durante la funzione i presenti cantavano, il guru nominava spesso il loro attuale guru Pramukh Swami Maharaj e indicava di tanto in tanto ai fedeli alcune azioni rituali da fare, come prendere un pò d'acqua da un recipiente e metterla sulle mani, battere le mani velocemente e dolcemente, dondolarsi ecc.

A un certo punto il guru si è voltato verso di noi e ci ha chiesto se comprendevamo l'inglese. Al nostro assenso ci ha chiesto i nostri nomi e poi li ha "recitati" inserendoli in un mantra ripetuto diverse volte e ci ha chiesto di ripetere per una sola volta la parola-mantra.

Al termine della funzione, mentre intonavano dei canti, i fedeli si sono alzati e sono andati a versare l'acqua rimasta nei loro recipienti sulla testa della statuina che si trovava al centro della stanza.

Dopo aver assistito alla funzione siamo andati a visitare la bellissima mostra, un'apologia dell'induismo e del tempio, che si trova nell'edificio.

L'accesso al tempio era al piano superiore dell'edificio. Quando ci siamo ritrovati dentro siamo rimasti veramente incantati dalla bellezza del marmo e dalla perfezione della sua lavorazione. Spiccavano nel bianco accecante del tempio, per i loro colori accesi, le immagini e statue dei loro dei, alcuni dei quali posti su quelle che io ho definito "altalene". 

Nella religione induista, le Murti sono rappresentazioni fisiche (immagini, statue, ecc.) di forme o aspetti di Dio, utilizzate durante l’adorazione come punti di focalizzazione devozionale e meditativa.

Dopo aver dato un'occhiata al luogo stavamo per tornare sui nostri passi quando un inserviente ci invita a spostarci verso il fondo del tempio perchè stava per iniziare una funzione religiosa. Con l'occasione ci avviamo verso l'uscita, ma veniamo ragggiunti da un altro personaggio che ci chiede, con fare risentito/offeso, come mai non ci fermiano per la funzione.
Colta di sorpresa mi affretto a dire che certamente non avevamo alcuna intenzione di disertare la funzione e che stavamo appunto per decidere di rimanere (effettivamente si trattava di una piccola bugia a fin di bene).

Una volta ricevuto da me l'assenso l'anziano signore indiano mi istruisce dicendo che mio figlio deve andare davanti vicino agli dei e che io devo andare indietro vicino alle altre donne. 

Tra uomini e donne viene posto  un divisorio.

Dal fondo del tempio, in mezzo a melodie rilassanti di cui non comprendevo alcuna parola, vedo un "sacerdote" vestito di arancione reggere tre fiammelle che fa ondeggiare davanti alle statue. Dopo aver ripetuto questo gesto per alcune volte, le fiammelle vengono consegnate agli inservienti che le portano agli uomini, seduti davanti, ciascuno dei quali "prende il fumo" che ne emana e poi passa le mani intrise del fumo sacro sulla sua testa.

La cosa si ripete fino all'ultimo fedele di sesso maschile. Successivamente lo stesso gesto è ripetuto per le donne che vedo mettere nel piatto una moneta da una sterlina, subito dopo aver "attinto al fuoco sacro". Le monete vengono consegnate ad un inserviente che le mette tutte insieme e scompare.

Nel frattempo avevo perso di vista mio figlio, scomparso dietro un muro mentre era in fila con gli uomini che onoravano ogni singola statua prima di procedere verso l'uscita.  Con un certo sollievo lo vedo ricomparire ma, a quel punto, ero curiosa di sapere cosa c'era dietro il muro.

Il culto delle statue spetta anche alle donne e quello che mi ha incuriosito di più è stato il fatto che le divinità poste sulle "altalene" vengono onorate facendo dondolare l'altalena con una corda per tre volte.

Arrivata al muro misterioso, finalmente, svoltato l'angolo, vedo cosa c'è dietro: le statue dei guru fondatori di questa tradizione induista, compreso quello ancora vivente, che, almeno apparentemente, sono onorati come gli dei posti nella parte del tempio più visibile e importante.

Tornati verso l'uscita riprendiamo la via per recuperare prima di tutto le nostre scarpe e poi le nostre borse lasciate dall'altra parte della strada.

Ne abbiamo approfittato per dare un'occhiata al supermercato e al ristorante dove, dimenticando quello che avevamo tutte le buone intenzioni di ricordare, io ho chiesto della carne e mio figlio del vino. Ma i gentili indiani che ci hanno ospitato sono abituati ai visitatori maldestri e ci hanno risposto con un gentilissimo "no" e un sorriso benevolo.





Anche nel supermercato c'era una gigantesca foto commemorativa del  guru che vedete qui da me stessa immortalata.




Un'esperienza interessante e indimenticabile a contatto con un mondo religioso del tutto estraneo alla mia esperienza e tradizione, ma ugualmente degno di rispetto e considerazione per il profondo senso di spiritualità che ne emana e che, in fondo, ci accomuna.



6 commenti:

Anonimo ha detto...

Bello il racconto di una persona a 'piedi scalzi', che lascia Impronte che testimoniano il transito in questo Mondo Universale.
Noi, almeno, le vediamo!
Grazie.

Anonimo ha detto...

Gentile Dottoressa,

la ringrazio per la sua testimonianaza.

E' stato molto utile per me leggere questa esperienza che certamente arricchisce ed aiuta ad aprire la mente imparando a venire a a contatto con culture diverse e diversi culti.

Una cosa sola vorrei mettere in evidenza e cioè che queste persone sono fortunate ad avere un Tempio in India e non in Italia. Io credo che per il solo fatto di venerare la statua o l'immagine del loro fondatore nel nostro paese potrebbero incappare in qualche 'illuminato personaggio' che non mancherebbe di segnalarli alla autorità giudiziaria per chissà quale nefandezza. Il fatto stesso di avere un culto diverso da quello indigeno o il solo fatto di venerare un'immagine certamente potrebbe essere una buona base per imbastire un 'processo' basato solo su pregiudizi e paure xenofobe.

Fa bene vedere che in Italia esistano ancora persone con la mente aperta e con la voglia di confrontarsi apertamente col prossimo.

Raffaella Di Marzio ha detto...

Ringrazio per questi due commenti che hanno colto aspetti diversi ma ugualmente centrali nel mio diario.

Il fatto di camminare scalzi in un luogo del tutto sconosciuto mi ha "destabilizzata".

Io non cammino mai scalza, neanche quando sono nella mia casa nella quale mi sento sicura e di cui conosco ogni angolo, anche quello più nascosto, e nella quale vivono persone che conosco come me stessa, cioè la mia famiglia e ogni tanto persone amiche o comunque conosciute.

Non ci avevo mai pensato ma camminare scalzi, evidentemente, per esperienza da me vissuta in prima persona, significa qaulcosa di più profondo che non semplicemente muoversi senza qualcosa ai piedi.

Il primo commento dunque coglie perfettamente nel segno.

Il secondo commento puntualizza un altro aspetto fondamentale nel mio diario: la diversità non è necessariamente "pericolosa" e forme diverse di spiritualità veicolano contenuti religiosi accettabili e condivisibili.

Vero è purtroppo che l'Italia è un paese in cui ancora sono presenti atteggiamenti e "politiche" contro la libertà di religione che vengono promosse grazie alla creazione di falsi allarmi.

Raffaella

Venanzio Malavasi ha detto...

Accettare la diversità e rispettarla è un passo oltre la tolleranza. Tollerare, secondo me, implica un sentimento di fastidio represso e di superiorità. Forse è solo una questione di termini inadatti, ma è sempre bene eliminare etichette sbagliate che potrebbero essere usate impropriamente. Meglio invece il rispetto e la volontà di capire senza pregiudizi. Merce rara.
Grazie per aver condiviso questa sua esperienza.

Venanzio

Anonimo ha detto...

E' interessante notare una cosa fondamentale: tutto il seguito che ha l'approssimazione in questo povero paese.
Il primato dell'approssimazione spetta di sicuro alla stampa.

Sa, è buffo Dottoressa, pensare che ci sono persone che spendono anni, decenni della propria VITA per "conoscersi" attraverso lavori di introspezione come la psicoanalisi, come la meditazione, o attraverso percorsi spirituali per la propria personale ascesi.

...Poi arrivano loro: i tracotanti, i "giornalisti", che in meno di 5 minuti di orologio "sanno tutto" di tutti, di noi...sanno anche quello che non abbiamo mai fatto!

MAESTRI DEL NULLA.

Alcuni, sono anche laureati in filosofia (scusaci Zenone se dopo 2500 anni il tuo messaggio non è ancora stato capito neanche dai "laureati"!)

Ringrazio soprattutto lei, Dottoressa, che rende testimonianza di ciò che è la Cristianità, di Chi non è venuto al mondo per "dominare" ma per Servire.

Lo si capisce anche dall'attenzione che mette nel suo parlare: parole chiare e ordinate, basate su esperienze tangibili.
E chiarendo molto bene che non ci possa essere nessuna certezza se non Quella che E' Fondata Su di Sè Stessi.

Raffaella Di Marzio ha detto...

Ritengo particolarmente interessanti anche gli ultimi due commenti.

In particolare nel primo il Dott. Malavasi mette in evidenza che accettare e rispettare la diversità è qualcosa di più che "tollerarla".

Concordo pienamente con il fatto che "tollerare" significa un pò qualcosa come "sopportare" qualcosa o qualcuno che proprio non ci piace.

Capita spesso nella vita di tutti i giorni di incontrare persone che "tolleriamo" per semplice necessità o convenienza.

Ma nel nostro caso non ci troviamo nella sfera personale e individuale. Stiamo parlando di realtà umane collettive e complesse, come, per esempio, le diverse aggregazioni in cui le persone sono unite da valori spirituali e religiosi profondi.

Molti di questi gruppi sono "diversi" ma non sono nè pericolosi nè settari. Al loro interno possono esserci singole persone o piccoli gruppi di persone che non rispettano la libertà degli altri e che sono animate da sete di potere e sopraffazione, ma lo sarebbero anche dentro un gruppo cattolico o islamico.

Sono le loro caratteristiche e la loro storia personale che li ha "plasmati" in questo modo. Non è la loro spiritualità che li ha resi "pericolosi".

Tutto questo è vero, sempre tenendo conto delle eccezioni, che ci sono. Se (come è avvenuto) un leader religioso propugna il suicidio di massa o mette in atto azioni criminali verso la società o i suoi seguaci, siamo di fronte a una eccezione di fronte alla quale bisogna intervenire, ovviamente.

Tuttavia queste eccezioni non devono fornire l'alibi ai "giustizieri antisette" per trasformare migliaia di pacifici cittadini italiani e stranieri in masse di criminali settari.

Purtroppo parecchi giornalisti sono in prima linea nel diffondere questa sporca propaganda, come ha sottolineato il secondo commentatore.

Di fronte a questo veramente non saprei cosa fare. Mi è capitato di rimanere per delle ore al telefono con un giornalista o di rilasciare interviste televisive lunghissime cercando di far capire la reale entità e le reali caratteristiche del fenomeno in Italia, ma quello che poi è comparso su giornali e televisione è stato sempre lo stesso "mantra".

Mi spiace. Quello che posso fare è cercare di dire la verità con i miei mezzi: questo Blog, il mio sito, il mio canale Youtube e ogni volta che vengo chiamata a dare il mio contributo scientifico in sedi accademiche.

Grazie a tutti per i vostri commenti.

Raffaella