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mercoledì 18 aprile 2012

Un pomeriggio "alternativo"


Ho trascorso il pomeriggio del 16 aprile 2012 in modo inusuale, ma molto arricchente, come avviene sempre quando si trascorre un pò di tempo in attività alternative alle "solite". 

Palazzo Ferrajoli sede della mostra
Alle 16 mi trovavo a Piazza Colonna, proprio sotto la colonna di Marco Aurelio, con Palazzo Chigi alle mie spalle, in procinto di entrare a Palazzo Ferrajoli, prestigioso Palazzo del 1500, dove si svolgeva la Mostra promossa dal CCDU (Comitato per i Cittadini per i Diritti Umani). Tema: Il volto sconosciuto della psichiatria. Passato e presente di errori e orrori.

La Mostra, fatta di gigantografie, poster e, soprattutto, filmati, reportage, interviste, testimonianze, ecc. inizia dalla prima stanza dove ci sono i materiali divulgativi a disposizione dei visitatori e poi, stanza dopo stanza, comincia un percorso guidato.

I visitatori sono invitati a sedersi di fronte allo schermo per vedere i filmati multimediali che, in ordine consequenziale e logico, vengono proiettati dalla prima all'ultima stanza.

Quando sono arrivata nella prima stanza ho trovato una ragazza che dimostrava circa 20 anni, probabilmente studentessa universitaria, che, mentre guardava il video, prendeva diligentemente appunti sul suo taccuino.

I volontari presenti, con grande gentilezza, si prestavano a rispondere ad eventuali domande, o a riprodurre i filmati dall'inizio quando arrivava un nuovo visitatore.

Durante l'ora trascorsa alla Mostra ho visto avvicendarsi 7 o 8 persone. Al termine del percorso sono stata accompagnata da un volontario nella prima stanza dove c'erano i libri e le videocassette sui temi della mostra e mi è stato chiesto di scrivere qualcosa sul libro degli ospiti (richiesta a cui ho gentilmente preferito non ottemperare).

Ho letto, però, gli ultimi commenti che erano stati scritti dai visitatori che mi avevano preceduto: parole che esprimevano stupore e indignazione per le "torture" che avevano visto nei video, gli abusi che erano stati filmati, ecc.

Una volontaria mi ha regalato  alcuni opuscoli e mi ha salutato con fare molto cordiale.

Uscendo mi sono imbattutta nei ragazzi "sandwich", che, in Piazza Colonna, pubblicizzavano la mostra con enormi cartelloni addosso: erano le 17 e, complice il bel tempo, c'era una folla enorme di turisti e gente romana a passeggio, anche per fare shopping dentro la Galleria Alberto Sordi, che si trova proprio dall'altro lato della strada.

Qual'è stata la mia impressione di fronte a quello che ho visto? 

Se fossi stata una persona con scarsa conoscenza dei temi affrontati nei filmati credo che sarei uscita con un senso di orrore profondo verso la psichiatria e gli psichiatri e, magari, mi sarei anche chiesta come mai crimini gravissimi come quelli denunciati nei video della mostra siano passati quasi sotto silenzio.

E se fossi stata una madre con un figlio autistico o una moglie con un marito depresso avrei cominciato a chiedermi se tenerli sotto cura da uno psichiatra fosse veramente una buona idea o avrei dovuto, forse, fare qualcosa di diverso. Ma cosa?

Nei video che ho visto (ma ammetto di non averli visti tutti perchè dovevo recarmi ad un altro interessante evento di cui parlerò dopo) in realtà non veniva indicata una "soluzione" o una alternativa chiara agli "errori e orrori" della psichiatria.

Nell'ultima intervista che ho ascoltato l'esperto affermava che le persone non vanno trattate come matte perchè la pazzia non esiste e che i farmaci non servono, la malattia mentale sarebbe solo una sovrastruttura creata ad hoc per fare guadagnare psichiatri e case farmaceutiche, costringere una persona a ricoverarsi è un attentato ai diritti civili di quella persona e una profonda ingiustizia.

In un altro video ho sentito appena accennare al fatto che ciò che è importante per l'uomo è la sua anima e che voler curare l'anima con le medicine è un assurdo e un abuso.

E allora? Che fare, se la psichiatria  e gli psichiatri sono non solo inaffidabili perchè la loro è una pseudoscienza, ma addirittura pericolosi? 

Se la mostra mi avesse instillato quel dubbio e se avessi avuto un parente sotto cura psichiatrica io avrei chiesto ai volontari del CCDU di aiutarmi a capire cosa fare per i miei cari sofferenti, visto che, stando a quello che la mostra vuole dimostrare, la strada della medicina psichiatrica non è quella giusta. 

Mi sto ancora chiedendo cosa avrebbero risposto i volontari a una domanda come questa...

Tornando a me, i filmati che ho visto mi hanno molto colpito ma non convinto. Perchè non mi hanno convinto? Perchè mostrano una parte della realtà e tacciono sull'altra.

Gli abusi della psichiatria e degli psichiatri mostrati nei filmati sono veri, sono fatti realmente accaduti. L'uso indiscriminato degli psicofarmaci da parte degli psichiatri è un fenomeno che si è verificato e si verifica ancora, la strumentalizzazione dei malati al fine di aumentare i profitti della case farmaceutiche è un fatto reale, la connivenza degli psichiatri con le teorie eugenetiche ai tempi del nazismo ha causato sofferenze inaudite, ecc...

Ma ... non è vero che tutti i mali dell'umanità sono stati causati dalla psichiatria, non è vero che lo sterminio di sei milioni di ebrei è stato causato dalla psichiatria, non è vero che tutti i farmaci sono nocivi e portano le persone al suicidio o all'omicidio,  non è vero che tutti gli psichiatri sono degli assassini, torturatori e assetati di soldi e potere.

Io credo che non si possa additare al mondo come "pericolosa" una intera categoria di persone. Conosco psichiatri che fanno il loro lavoro con equilibrio e rispetto per i loro pazienti e conosco psichiatri che non hanno alcun rispetto per i loro pazienti: quando stanno male semplicemente li imbottiscono di psicofarmaci perchè rimangano sedati e non diano fastidio.

Ho visto persone depresse prendere psicofarmaci dosati in modo personalizzato e, accompagnati dall'aiuto di uno psicologo o di uno psicoterapeuta, riprendere, nel tempo, le redini delle loro vite tanto da non aver più bisogno delle medicine. 

Inoltre, è un dato storico che gli abusi della psichiatria sono stati denunciati dagli stessi psichiatri, e questo vuol dire che gli psichiatri NON sono tutti uguali. La lotta per la difesa dei diritti dei malati è stata durissima per gli psichiatri che l'hanno intrapresa perchè erano considerati dei "traditori" della categoria. E questo vuol dire che non si può criminalizzare in toto una categoria di persone in base alla consueta contrapposizione "noi contro loro" e all'idea "loro sono tutti cattivi": sono affermazioni false e non reggono alla prova dei fatti.

Io credo che sia giusto mettere in guardia le persone dagli abusi, dall'uso indiscriminato degli psicofarmaci, cosa che fanno anche altre associazioni e, soprattutto, anche gli stessi professionisti della categoria, molte volte ostracizzati dai loro stessi colleghi.

Criticare una categoria, denunciarne gli abusi è un atto di civiltà che va apprezzato e sostenuto, ma demonizzare migliaia di onesti professionisti indiscriminatamente come criminali mi sembra ingiusto e, paradossalmente, mi sembra che possa dare origine ad altri "abusi" generando, nelle persone che aderiscono pienamente a questa idea, odio contro tutti gli psichiatri. 

E' lo stesso diabolico meccanismo per il quale etichettare un gruppo come "setta" significa additarlo, in toto, come un gruppo di criminali; definire una persona "pazza" significa etichettarla come "pericolosa"; dire che uno è "musulmano" significa che è un terrorista, e si potrebbe andare avanti per pagine e pagine elencando le "etichette" attribuite a questo o a quello, dimenticando, sempre, che sotto le "etichette" ci sono le persone e che ogni persona ha una propria dignità e un valore inestimabile per cui va semplicemente rispettata, che sia psichiatra o malato, cattolico o scientologo, ebreo o musulmano.

Quest'ultima riflessione mi porta alla seconda indimenticabile esperienza che ho fatto nel pomeriggio del 16 aprile. 

Dopo essermi lasciata alle saplle i ragazzi "sandwich" della mostra, mi sono incamminata per Via del Corso, gremita a quell'ora fino all'inverosimile, per recarmi vicino a Piazza del Popolo, nella celebre Via del Babuino, per assistere alla presentazione del libro di Luca Bauccio "Primo, Non diffamare", tenutasi alla libreria Feltrinelli.

Mentre camminavo mi chiedevo se, senza volerlo, i due eventi non fossero stranamente collegati, in qualche modo ... e a questo punto direi proprio di sì...
Libreria Feltrinelli - Presentazione del libro di Luca Bauccio
Alla presentazione, oltre all'autore del libro,  c'erano anche Antonello Piroso (giornalista, presentatore TV) e Roberto Deriu (direttore della rivista Chimera).

Il libro di Luca Bauccio tratta del malcostume, pericoloso e fin troppo diffuso, di diffamare le persone, un malcostume che diventa disastroso quando viene amplificato dai media e usato per influenzare l'esercizio del potere giudiziario.

I primi ad ammettere la scarsa eticità del modo di fare informazione, oggi, da parte del mondo mediatico, sono stati due addetti ai lavori,  il giornalista Piroso e il direttore della  rivista "Chimera", entrambi impegnati a lavorare in quel mondo dal quale nascono, ogni giorno, nuove "streghe" e nuovi "roghi".

Altro tema affrontato durante la presentazione è stato quello della "giustizia", del caso "Enzo Tortora" e di tutti i casi di malagiustiza nei quali polizia, magistratura e media, quando non sono sufficientemente attenti a rispettare i fatti e la verità, possono procurare sofferenze, dolori e danni incalcolabili alla vita delle persone.

Come potevo non immedesimarmi in quelle riflessioni? E come potevo non pensare alle centinaia di persone che in questi anni sono state vilmente colpite dalla diffamazione nutrita e diffusa grazie ad operatori dell'informazione senza etica?

Foto con l'autore
Di fronte alla menzogna, Luca Bauccio, nel suo libro, ci insegna a "difenderci" e a non accettare passivamente l'ingiustizia. 

La foto con l'autore è un bel ricordo di quella serata, allietata dalla consapevolezza che, in mezzo a noi, ci sono ancora persone che credono nel valore inestimabile di ogni essere umano, nell'importanza di proteggere e onorare ogni "nome" e nel fatto che dire la verità su qualcuno è un dovere, mentre mentire significa talvolta anche distruggere.

Tornando a casa, mentre aspettavo il 490 a Piazzale Flaminio, riflettevo sulla diversità di ambienti nei quali avevo trascorso le ultime tre ore.

Pensavo che, come al solito, se ci si pone nella prospettiva giusta, si riesce ad imparare qualcosa da qualsiasi esperienza, persona o evento nel quale ci capita di imbatterci. 

L'importante è cercare di guardare con gli occhi dell'altro.


5 commenti:

Anonimo ha detto...

Un articolo, questo della Di Marzio, semplicemente straordinario: ben scritto, scorrevole, ricco di riflessioni interessanti e profonde. Come con penna leggere si può interrogare la coscienza di tutti noi...
Luca

Anonimo ha detto...

Un bellissimo "storiarticolo" che evidenzia come i difensori degli estremi abbiano tanta popolarità quanto poco acume. Interessante anche come la mostra, alla fine, non proponesse davvero nessun metodo o metodologia per risolvere quel "male" che tanto si sforzava di risaltare.
Questa situazione mi ricorda un po quel famoso storico greco che, davanti ai detrattori del "fare politica" (che con molta facilità criticavano qualsiasi proposta) affermasse come "è' molto facile criticare un'opinione, più difficile è crearsene una".
Sfortunatamente in questo mondo i "cacciatori di applausi" conoscono bene quanto estremizzare faccia rima con popolare. Però, fortunatamente, esistono anche persone che nella "piazza" ricordano pazientemente al popolo che farsi un'idea vuol dire soprattutto proposizione e dialogo, non persecuzione e fanatismo.
Grazie per essere una di quelle persone.

Raffaella Di Marzio ha detto...

Ringrazio entrambi gli autori dei commenti precedenti perchè hanno inteso appieno cosa volevo comunicare quando l'ho scritto.

Anonimo ha detto...

condivido in linea di massima l'analisi sulla mostra che ho avuto
occasione di vedere a Firenze tempo fà. Anche a me aveva
infastidito quella impalpabile ma incombente sensazione di voler
bollare un'intera categoria come "criminale", dimenticando che tra
gli stessi psichiatri ci sono stati degli autentici riformatori
del sistema salute mentale (uno su tutti, Basaglia).
Tuttavia dissento dal parallelismo con la problematica sulle sette
religiose. Quando il gruppo pone in essere attività illegali deve
venire etichettato come tale de facto. Verissimo che la
responsabilità degli atti è sempre personale, tuttavia quando gli
atti illeciti vengono compiuti da più persone e in momenti
diversi, non ci troviamo più di fronte al fenomeno delle "cellule
impazzite" bensì ad un vero e proprio modus operandi tacitamente
concordato ma comunque esistente.

Rota

Raffaella Di Marzio ha detto...

Lei dice:

"Quando il gruppo pone in essere attività illegali deve
venire etichettato come tale de facto. Verissimo che la
responsabilità degli atti è sempre personale, tuttavia quando gli
atti illeciti vengono compiuti da più persone..."

Se la legge stabilisce che una attività è illegale ciò significa che individua delle specifiche azioni illegali e che si può provare che queste azioni sono state compiute da diverse persone con le stesse finalità.

Benissimo: questo è vero per qualsiasi associazione, gruppo, consorzio ecc.

Le "sette" in quanto "sette" non sono identificabili e distinguibili da altri gruppi, non c'è una definizione condivisa di "setta" nè scientifica nè giuridica.

Non esiste alcun reato di essere "setta". Perciò l'etichetta di "setta" è solo una modo per definire genericamente un gruppo come "criminale", senza alcuna ragione fondata, nè scientifica, nè giuridica.

La definizione di "setta" è solo uno stigma. Il Consiglio d'Europa, nel 1999, lo disse chiaramente agli Stati Membri invitando a non usare questa parola per etichettare gruppi minoritari ...

Io penso che avvocati, magistrati ecc. dovrebbero informarsi meglio sulle Raccomandazioni ufficiali emanate da Istituzioni europee in questo specifico ambito, come il Consiglio d'Europa e la Corte Europea per i Diritti dell'uomo.