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sabato 14 aprile 2012

Dedicato ai "professionisti" dell'ANTI-settarismo


«Detesto passare per profeta. 
Sono uno che sommando due e due dice che fa quattro» 

Leonardo Sciascia su L’Espresso il 20 febbraio 1983

Per conoscere Leonardo Sciascia: Sito della Fondazione a lui dedicata 


Il 10 gennaio 1987 sul Corriere della Sera uscì, a firma di Leonardo Sciascia, un articolo intitolato “I professionisti dell’antimafia”, dedicato al rapporto tra politica, popolarità e lotta alla mafia. 

L'articolo suscitò allora una valanga di reazioni infuriate dalle vittime della mafia e anche dai magistrati impegnati a combatterla. 

Sciascia fu accusato di aver criticato chi combatteva la mafia e addirittura di difendere la mafia

Per riflettere su quanto questo scrittore sia straordinariamente ancora attuale e quanto ancora abbia da insegnare alla nostra Italia, prenderò in prestito due articoli che illustri studiosi hanno scritto in tempi recenti su quella "vecchia" vicenda e ne riporterò qualche stralcio. 



PRIMO ARTICOLO

Leonardo Sciascia e la mafia
Quando ancora l’opinione di un uomo espressa pubblicamente aveva la forza di suscitare un dibattito
, di Enrico Cerulli Irelli.

Pubblicato su Sintesi Dialettica, per l'identità democratica, Rivista online a carattere scientifico, organo dell' Associazione culturale omonima.

NDR.: L'evidenziazione in rosso delle parole di Sciascia è mia

"[...] Sciascia non solo, tra i primi, ha delineato quello della mafia come un problema unitario, ma non ha esitato ad avanzare dubbi e perplessità sul modo in cui le istituzioni e le autorità competenti si sono contrapposti alla mafia. Se è stato tra i fautori e diffusori dello spirito antimafioso, parimenti non ebbe timore di rilevare errori e debolezze dello Stato e dei suoi uomini, pur conservando intatto il senso delle istituzioni e dei valori sui quali poggia il nostro sistema democratico. 

«Io ritengo che la lotta più efficace alla mafia si faccia nel nome del diritto, senza stati d’assedio, dando al cittadino la sua sicurezza». «La democrazia non è impotente a combattere la mafia. O meglio: non c’è nulla nel suo sistema, nei suoi principi che necessariamente la porti a non poter combattere la mafia, a imporle una convivenza con la mafia. Ha anzi tra le mani lo strumento che la tirannia non ha: il diritto, la legge uguale per tutti, la bilancia della giustizia. Se al simbolo della bilancia si sostituisce quello delle manette – come alcuni fanatici dell’antimafia in cuor loro desiderano – saremmo perduti irrimediabilmente».(Corriere della Sera, 26 gennaio 1987, p.139)

[...]Sciascia avviava una riflessione sui pericoli di una lotta alla mafia slegata dai limiti della legalità. Egli scriveva: «può benissimo accadere in un regime democratico», scriveva, se prevale la retorica a scapito dello «spirito critico». Guardando alla mafia (e all’antimafia) con gli occhi di chi l’ha sempre combattuta, anche quando a combatterla erano pochi, Sciascia sollevava «il problema della compatibilità fra autonomia individuale e lotta collettiva alla mafia». 

Quell’articolo aprì una polemica che stenta ancora oggi a chiudersi. Sciascia fu accusato di aver infranto l’«unitarietà della lotta alla mafia», gli fu intimato di richiudersi «ai margini della società civile». In un comunicato del “Coordinamento Antimafia” nel 1987 era scritto: «collochiamo Sciascia, con tutta la nostra forza, ai margini della società civile»". 


SECONDO ARTICOLO


Per Sciascia la lotta alla Mafia non era un "repulisti" senza regole, di Leonardo Guzzo



"[...] In un comunicato, il Comitato antimafia di Palermo bollò lo scrittore come un “quaquaraquà”, prendendogli a prestito la definizione, e lo accusò di seminare zizzania nel fronte, già esiguo e spaurito, degli avversari di Cosa Nostra. I soliti detrattori gli rimproverarono di cantare nei suoi libri l’epopea della mafia, in un certo senso di mitizzarla. Qualcuno insinuò che della mafia Sciascia avesse una conoscenza intima, quasi “familiare”, adombrando pericolose collusioni. Nessuno si sforzò di leggere tra le righe.

L’Italia che ama i discorsi nel merito e assai poco quelli sul metodo, fece quello che sa fare meglio. Trasformare un ragionamento di principi, correttamente ancorato a esempi pratici, in un atto di diffamazione e a sua volta schierarsi, dividersi tra sostenitori (pochi) e contestatori (un indecoroso sproposito).
[...]  La sfida, la vera sfida, per lui era vincere la mafia nei limiti angusti della legge, senza indulgere a derive autoritarie o deliri di onnipotenza, senza cedere alla comodità, all’abitudine, alla “via breve” che la mafia avevano generato[...]".

Leonardo Sciascia a 20 anni dalla morte


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